Il vero volto della sfida tra Monti e Bersani
Un fenomeno particolare che caratterizza la competizione elettorale che si sta avviando è la partecipazione piuttosto ampia di esponenti della rappresentanza imprenditoriale, in aperta polemica tra loro. La Confindustria concertativa, in qualche modo nostalgica del diritto di veto della Cgil, dal quale derivava simmetricamente un eguale diritto della rappresentanza padronale, si ritrova nelle liste del Partito democratico. Leggi Imu e redditometro, quanta retorica (e prassi) pauperista - Leggi Parla Bombassei: ecco le rivoluzioni parallele di Monti e Marchionne di Marco Valerio Lo Prete

Un fenomeno particolare che caratterizza la competizione elettorale che si sta avviando è la partecipazione piuttosto ampia di esponenti della rappresentanza imprenditoriale, in aperta polemica tra loro. La Confindustria concertativa, in qualche modo nostalgica del diritto di veto della Cgil, dal quale derivava simmetricamente un eguale diritto della rappresentanza padronale, si ritrova nelle liste del Partito democratico. Quella parte di Confindustria che, invece, ha visto con preoccupazione l’isolamento della Fiat di Sergio Marchionne, costretto alla fine a rinunciare all’adesione a Confindustria per perseguire un disegno di salvataggio di un’impresa a dimensione multinazionale, si è ritrovata nell’aggregazione che sostiene Mario Monti. Questa separazione si presenta con una certa nettezza, il che è già di per sé un elemento di chiarezza, e questo ha probabilmente contribuito a spingere al di fuori della competizione diretta gli ex presidenti di Confindustria, da Luca Cordero di Montezemolo a Emma Marcegaglia, le cui esperienze passate, legate a una visione concertativa spesso paralizzante, appaiono in contrasto con l’orientamento “filo-Marchionne” che ha caratterizzato fin dall’inizio l’impostazione di Mario Monti nella recente versione di leader politico.
La divisione dei “padroni”, che fin dai tempi di Alcide De Gasperi hanno preferito presentarsi come un terzo partito che punta a contare per il suo potere economico (ed editoriale) senza misurarsi direttamente con il consenso elettorale, è una novità rilevante. D’altra parte un fenomeno molto italiano era la divisione politica dei sindacati dei lavoratori, a lungo legati da collateralismi politici, mentre il padronato ostentava una specie di unità formalmente estranea alle competizioni tra i partiti. Non è stata soltanto la gravità della situazione economica a far scendere il padronato dalle nuvole dell’asserita indifferenza politica, ma la durezza di uno scontro interno, l’urgenza per alcuni di rompere le croste di conservazione burocratica per tentare di affermarsi in una competizione sempre più aspra, la persuasione di altri che invece quel che serve è una sorta di pace sociale che accompagni l’inevitabile declino, rendendolo meno traumatico. Non si tratta di tensioni e contraddizioni nuove, qualcosa del genere si vide già ai tempi della Confindustria di Antonio D’Amato, le cui spinte innovatrici furono contrastate, paradossalmente, proprio dal “partito Fiat”, allora centro dell’establishment concertativo. Ora però sembrano insufficienti o addirittura inesistenti le capacità di mediazione politica esterna affidata ai partiti, il che ha indotto le diverse correnti del partito dei padroni a darsi battaglia apertamente e direttamente.
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